24 gennaio 2020

#6 OCULISTI CHE MISSIONE - Prof. LANZETTA

Il Prof. Paolo Lanzetta, direttore della Clinica Oculistica dell’Università di Udine ci racconta la sua esperienza in missione per la nostra rubrica Oculisti che Missione!

Come è nata la sua esperienza in Africa?

Sono cresciuto con l’idea di poter viaggiare e allo stesso tempo di poter fare qualcosa di utile per il prossimo. Avendo scelto di fare il medico, decidere di dedicare del tempo a missioni in paesi emergenti è stato un breve passo. Ho iniziato dopo il diploma liceale dai padri Gesuiti a Milano prima di iscrivermi a medicina. Un’estate del 1983 in Burundi a costruire un acquedotto che portasse acqua corrente a uno sperduto villaggio tra le numerose colline che caratterizzano questo paese subequatoriale. Si alloggiava nei locali della parrocchia di Bugenyuzi e ogni mattina la nostra squadra di volontari partiva stipata nel pianale di un pick-up per raggiungere il luogo di lavoro. Sempre la stessa strada sterrata in mezzo alla campagna ma ogni volta da quella posizione privilegiata, di fatto all’aria aperta senza barriere, si potevano osservare particolari sempre nuovi, persone, animali, piante, nuvole, luci e soprattutto sentire l’odore dell’Africa che ti entra dentro e non ti lascia più. Lì è di fatto nato in me il tanto decantato mal d’Africa.

Figura 1. Un’altra giornata di lavoro è terminata. Il sole tramonta sulle acque del fiume Volta e ci regala un’immagine indimenticabile all’uscita dalla sala operatoria. È mal d’Africa!

E sono nati anche legami indissolubili pur senza vedersi né sentirsi per anni. A distanza di trentacinque anni da quella missione ho rivisto don Virginio, allora come adesso parroco di quel villaggio sperduto che nel frattempo è diventato una cittadina. Questa volta è arrivato lui da me e non io da lui. Allora giovane muratore, diventato oculista poi, l’ho operato nel mio centro di Udine con emozione e una punta di orgoglio. Una fastidiosa cataratta rischiava di compromettere l’attività missionaria che ancora oggi svolge con inarrivabile entusiasmo quasi che il tempo si fosse fermato a quei tempi. L’esperienza africana di allora mi rafforzato nel proposito di diventare medico e così è successo. Dopo la laurea nel 1989 è arrivata la mia seconda missione africana, in Togo. Ero interno in clinica oculistica a Milano, all’ospedale San Raffaele in attesa di entrare in scuola di specialità e decisi di svolgere una missione ad Afagnan dove esiste un ospedale dei Fatebenefratelli. Lì risiedeva un frate canadese, Frà Bernard che aveva imparato ad operare la cataratta dagli americani durante la guerra del Vietnam. In pochi giorni Frà Bernard aveva fatto cadere le iniziali diffidenze e mi aveva dato fiducia affidandomi l’ambulatorio e conseguentemente le decine di pazienti alla ricerca di qualche diagnosi e cura. Allora non esisteva molta tecnologia seppure fossi riuscito a rimettere in sesto una vecchia lampada a fessura.

 

Figura 2. La sala operatoria dell’ospedale cattolico Richard Novati a Sogakope in Ghana. Pronto per iniziare l’intervento assistito dalla fedele ferrista Mihaela Cirtita oramai veterana delle missioni africane.

Per quanto riguarda la sala operatoria, di buono c’era che avessimo una sala tutta per noi; il lato negativo stava nel fatto che non ci fosse lo straccio di un microscopio e che facessimo delle “bellissime” estrazioni intracapsulari senza impianto di IOL, Frà Bernard indossando delle vecchie loop che poco ingrandivano e il sottoscritto degli occhiali Heine da 4x che immancabilmente mi provocavano una terribile nausea complice anche la terapia anti-malarica. Ricordo come fosse oggi l’espressione monotono di Frà Bernard alla fine del controllo post-operatorio in prima giornata dei pazienti operati: “nice and clean”. Il suo esame obiettivo consisteva in una rapida valutazione dell’operato indossando le loop. Io dal canto mio, vestendo l’abito della modernità, mi dilettavo invece a visitare i pazienti alla lampada a fessura decretando per la maggior parte delle volte, che sì, il quadro era in effetti “nice and clean”. Da allora ho fatto mia l’espressione e quando sono particolarmente soddisfatto di quanto successo in sala operatoria non posso fare a meno di ricorrere a questa definizione. Successivamente all’esperienza Togolese ho aspettato molti anni prima di ricongiungermi con l’Africa. Mia moglie non aveva avuto la fortuna di potere vivere un’esperienza di volontariato e dunque ritenni che fosse giunto il momento per me di ritornare a respirare l’aria di quel continente e per lei di scoprire qualcosa di nuovo che ti tocca e trasforma per tutta la vita. Dunque andai alla ricerca di un paese “sufficientemente africano” ma che fosse stabile e sicuro e dove si potesse lavorare con soddisfazione. Dopo essermi consultato con diversi oculisti la scelta ricadde sul Ghana e più specificamente su Sogakope dove anni addietro Padre Riccardo Novati missionario Comboniano bergamasco, rinominato Father Richard dai locali aveva fondato un ospedale e delle scuole tecniche che funzionavano in modo impeccabile grazie alle sue capacità organizzative e imprenditoriali.

Figura 3. Targa in ricordo e in onore di Padre Riccardo Novati, missionario Comboniano e fondatore dell’ospedale di Sogakope.

Così nell’estate del 2008 Roberta ed io partimmo insieme per la nostra missione. Un oculista e una assistente rapidamente formata e molto volenterosa. Fu di nuovo mal d’Africa e non solo; fu come avere trovato una nuova casa. Fortunatamente le attrezzature erano di gran lunga migliori rispetto a quanto trovato molti anni prima in Togo. Inoltre nella mia esperienza chirurgica fatta a Udine grazie al Prof. Ugo Menchini avevo avuto la fortuna di imparare le più svariate tecniche chirurgiche della cataratta, dalla estrazione intracapsulare alla facoemulsificazione passando attraverso una moltitudine di estrazioni extracapsulari con variazioni sul tema. Alla prima missione in Ghana seguì la nostra seconda nel 2009. Con il supporto di AISDO Onlus e dell’Istituto Europeo di Microchirurgia Oculare - IEMO dopo un intervallo di qualche anno un altro ritorno a Sogakope a partire dal 2016 con mia figlia Maria Andrea studentessa di medicina e la mia fidata e indistruttibile ferrista Mihaela. Nel 2017 di nuovo una missione con la stessa squadra alla quale si agggiunse il mio aiuto dr.ssa Valentina Sarao. Nel 2018 medesima destinazione con uno squadrone costituito da Mihaela, due esperte oculiste la dr.ssa Flavia Miani e la dr.ssa Sabrina Crovato e due bravissimi specializzandi, la dr.ssa Carla Danese e il Dr. Tommaso Gambato. Infine nel 2019 il battesimo africano di mio figlio Enrico Pietro studente di Nutritional Sciences all’Università di Manchester che si è aggiunto alla ormai collaudata squadra.

Che cosa l’ha particolarmente colpita del paese?

Il Ghana è un paese estremamente gradevole grazie alla nota ospitalità della popolazione locale. Direi che è un paese in marcia verso un futuro migliore. Certamente la crisi economica mondiale che non ha risparmiato il continente africano ha in parte rallentato gli sperati progressi ma tante cose sono cambiate e migliorate rispetto alla mia prima missione del 2008. Come spesso succede nei paesi africani ciò che colpisce di più è l’allegria, la serenità, la vitalità e in un certo senso la spensieratezza della popolazione locale nonostante gli standard di vita siano evidentemente diversi rispetto ai paesi occidentali. Tutto ciò si manifesta nei colori e nei suoni che permeano e scandiscono la quotidianità della popolazione. Tessuti, stoffe, musiche sono essi stessi manifestazione della voglia di vita che nonostante le innumerevoli difficoltà caratterizza bambini, giovani e adulti. Purtroppo molti degli usi e costumi che vengono via via importati dal mondo industrializzato stanno corrompendo questa energia vitale che caratterizza molti dei paesi africani.          

Come vivono gli abitanti?

Fortunatamente Sogakope è un villaggio sufficientemente lontano dalla realtà metropolitana di Accra. E’ un ambiente rurale dove i rapporti tra le persone sopravvivono all’abbruttimento tipico dell’urbanizzazione selvaggia. E’ ancora possibile e piacevole fare quattro passi in paese nei rari momenti liberi dal lavoro per raggiungere un bar dove bere una birra in compagnia o visitare il mercato comunale alla ricerca di quei colori e suoni che infondono energia. E’ sempre una bella sorpresa, soprattutto se rapportato alla quotidianità occidentale, vedere moltitudini di bambini che ti salutano gioiosi per strada. Gli adulti si prodigano con piacere nel caso si chieda un’informazione, una indicazione. Inoltre l’ospedale si trova in un posto magico, sulle rive del fiume Volta che dopo un corso di 1500 chilometri sfocia, non lontano da Sogakope, nel Golfo di Guinea. Ogni mattina al risveglio negli alloggi dell’ospedale è possibile ammirare le acque del fiume e le piroghe dei pescatori. Poco lontano da Sogakope si trova la laguna di Keta cui sono particolarmente affezionato perché mi ricorda la laguna di Marano-Grado nelle vicinanze di Udine. Un altro motivo per sentirsi a casa!    

Quali sono le principali problematiche?

Immaginatevi un paese dove la povertà è una realtà diffusa, dove le infrastrutture sono appena abbozzate e che per di più subisce le logiche della globalizzazione. Seppur sia innegabile che nell’ultimo ventennio il progresso sia diventato tangibile, qui la quotidianità, l’arrivare a sera è ancora un problema per tante famiglie. In molti villaggi la giornata è scandita dall’approvvigionamento dell’acqua che non arriva fino all’abitazione, dalla necessità di accendere il fuoco per cucinare e dunque di procurarsi la legna o il carbone. Inoltre gli spostamenti sono una difficoltà. Pochi sono i mezzi “pubblici”, poche le auto di proprietà e dunque il mezzo spesso utilizzato sono le proprie gambe o i mototaxi a tariffe convenienti. Per quanto riguarda la salute, da qualche anno esiste una sorta di sistema sanitario nazionale che peraltro non riesce a soddisfare appieno i bisogni di bambini, adolescenti, adulti e anziani. La malattia è un gran problema per la maggior parte della popolazione perché non solo significa affrontare costi inaspettati ma spesso comporta la perdita del reddito per inabilità al lavoro. Ciononostante l’Africa incluso il Ghana è un luogo sorridente e spensierato. Abbiamo molto da imparare da questo continente.

Figura 4. Pazienti in attesa di essere visitati presso l’ambulatorio oculistico dell’ospedale di Sogakope.

Qual è stata la difficoltà maggiore durante la missione umanitaria?

Il passaggio più critico per chi decide di operare in Africa come volontario è quello di spogliarsi della mentalità occidentale e calarsi nella realtà e nella logica locale. Certo il nostro efficientismo non va cancellato ma va rimodulato in una realtà organizzativa completamente diversa rispetto al nostro vissuto. Il successo di una missione dipende soprattutto dall’ascoltare il nostro interlocutore, sia esso il personale con cui lavoriamo o i pazienti che cerchiamo di curare. Questo presuppone molta disponibilità, pazienza e condivisione. Significa crescere insieme cercando di fondere culture e mentalità differenti. Ho visto troppo spesso missioni e volontari il cui unico scopo fosse quello di aumentare la propria casistica operatoria senza alcun rispetto per i collaboratori locali e i pazienti. Il ruolo del volontario durante una missione umanitaria è davvero importante e non può ridursi ad effettuare in modo asettico qualche visita e intervento di cataratta. Significa viceversa interagire dando un esempio di integrità e dedizione, significa cambiare realtà difficili, dare una svolta culturale con la propria testimonianza che va trasmessa non solo al personale locale ma anche e soprattutto ai pazienti con i quali si interagisce.

Quali sono stati i maggiori problemi incontrati dal punto di vista tecnologico, operativo e ambientale?

Lavorare in un ospedale africano significa essere pronti ad affrontare molti imprevisti e a trovare soluzioni spesso fantasiose. Materiali e attrezzature mancanti, guasti improvvisi. Uno dei principali problemi dei paesi emergenti riguarda l’assistenza tecnica e l’approvvigionamento. Spesso nei magazzini si rinvengono quantità inaspettate di macchinari e materiale che ahimé non sono utilizzabili perché rotti e mai riparati o perché scaduti. Non è raro trovare svariati facoemulsificatori che non possono essere sfruttati perché non sono disponibili le cassette monouso o perché un banale guasto mai sanato li ha resi inutili. È desolante accorgersi di quanto materiale viene spedito dai nostri paesi che di fatto è inutilizzabile magari per motivi banali. Certamente lavorare in Africa comporta avere grande spirito di adattamento anche per le diverse condizioni ambientali. Peraltro, se posso fare una battuta, chi è abituato a lavorare nel nostro paese ha sicuramente alle spalle una buona palestra.

Una cosa va ribadita fermamente. L’Africa non è un posto dove imparare ad operare. Al contrario, è un posto per chirurghi esperti dove non ci si può permettere di sbagliare. In primis per rispetto ai pazienti. In secundis la gestione delle complicanze è tutt’altro che facile anche per la già citata carenza di attrezzature e materiali.    

Quali sono le cose sulle quali bisogna ancora, e con maggiore urgenza, intervenire?

È importante condividere le motivazioni alla base delle missioni di volontariato che devono essere basate sul rispetto del prossimo e sulla volontà di condividere con i nostri interlocutori locali. Dal punto di vista tecnico c’è un’urgente necessità di formare tecnici locali che possano dedicarsi alla manutenzione delle attrezzature che di fatto sono già disponibili e che ahimè, come dicevo, sono molto spesso inutilizzabili.

Quante missioni ha compiuto? C’erano altri colleghi con lei?

Ho oramai alle spalle diverse missioni di volontariato, tutte in paesi africani. Negli ultimi anni ho avuto la fortuna di trovare altri professionisti che volessero dedicare parte del proprio tempo libero ai meno fortunati. Da qualche anno abbiamo di fatto messo in piedi un team affiatato e animato dallo stesso spirito di servizio e che tra l’altro permette che le nostre missioni siano caratterizzate da volumi di lavoro rilevanti.

Cosa pensano di voi i medici locali? Ha trovato dei talenti?

I medici locali spero abbiano trovato in noi dei colleghi disponibili e competenti. Così abbiamo sempre pensato di proporci. Durante le nostre missioni in Ghana abbiamo sempre ricevuto da parte dei medici locali un’ottima accoglienza. A Sogakope opera oramai da oltre dieci anni il Dr. Mamodou Cham che svolge egregiamente le funzioni di internista, chirurgo, ed esperto di sanità pubblica. Direi che Mamodou non solo sia un talento per la propria competenza e umanità ma incarni la figura di chi può davvero cambiare le sorti di un paese emergente.  

Figura 5. Il team della missione insieme al personale locale all’interno dell’ambulatorio oculistico dell’ospedale di Sogakope.

Ha un aneddoto da raccontarmi che le è rimasto particolarmente impresso?

Durante le missioni si succedono fatti che non possono non rimanere impressi nei nostri cuori e nelle nostre menti. E’ esperienza comune ad esempio rimanere colpiti da quanto un semplice intervento di cataratta possa cambiare immediatamente lo stato d’animo e la qualità di vita di persone anziane che sono giunte all’intervento in condizioni di cecità. Ebbene il volto di questi pazienti cambia espressione così velocemente una volta recuperata la vista. Da maschera di disperazione e rassegnazione si illumina nuovamente e si apre in un sorriso che è il segno distintivo dell’Africa. Inoltre i pazienti recuperano la propria indipendenza con conseguente comprensibile sollievo per i familiari.

Figura 6. Paolo Lanzetta con un’anziana paziente la mattina dopo l’intervento di cataratta. La donna ha cambiato completamente la propria espressione facciale ed è ritornata a casa canticchiando e ballando.

Come riesce a conciliare la professione, la vita privata e la sua attività di volontariato?

Chi si appassiona alle missioni di volontariato sa bene quanto difficile sia trovare il tempo per partire, continuare la propria attività professionale e allo stesso tempo stare con la famiglia. Ancor di più perché in genere le missioni si ritagliano durante i periodi di ferie. In questo sono stato fortunato perché la mia pazza idea è stata condivisa sia da mia moglie che dai miei figli. Come si dice: volere, potere. Se poi è il mal d’Africa che chiama, nulla ci può trattenere.

Figura 7. Il fondatore dell’ospedale di Sogakope Padre Riccardo Novati insieme a Paolo e Roberta Lanzetta

Oltre al valore umano, cosa le ha insegnato dal punto di vista medico?

È chiaro che le missioni di volontariato sono una grossa opportunità per noi stessi per misurarci con l’amore che siamo chiamati a donare a chi è meno fortunato di noi. In tal senso è davvero una esperienza spirituale unica. Vivere in comunità con altri volontari poi è una grande occasione per imparare a condividere e mediare. Dal punto di vista professionale la missione è un’occasione per vedere patologie uniche e imparare ad arrangiarsi senza le risorse di solito disponibili nel nostro paese.

Nel mio caso ha anche significato rispolverare la tecnica extracapsulare di estrazione della cataratta dapprima e approcciare la chirurgia della cataratta manuale con piccola incisione (M-SICS) successivamente. Da diversi anni pratico questa tecnica e sono decisamente convinto che in termini di costi-benefici questa sia la tecnica ideale con cui lavorare nei paesi emergenti nei quali utilizzare la facoemulsificazione è di fatto spesso improponibile.

Figura 8. Paolo Lanzetta con una giovane paziente subito dopo l’intervento per una cataratta traumatica.

Se avesse la possibilità di esprimere un desiderio per poterli aiutare ancora di più, cosa chiederebbe?

Il mio desiderio è in effetti un sogno. Poter creare un centro oculistico di eccellenza ove poter assistere chiunque abbia necessità di cura, formare nuovi medici e personale sanitario e fare anche attività di ricerca. Il tutto con il supporto di volontari che sposino il progetto e dedichino regolarmente del tempo alle missioni e perché no, con il supporto di aziende e benefattori che ritengano importante investire parte dei profitti e delle proprie risorse in un progetto vincente dedicato al prossimo. Parte di questo sogno è risiedere in questo ospedale per diversi mesi all’anno. Questo è ovviamente un invito rivolto ai chirurghi che volessero dedicare parte del proprio tempo in una missione a Sogakope.

Il mio sogno più grande è però che l’Africa riesca finalmente a liberarsi dalla schiavitù di vecchi e nuovi oppressori e sfruttatori e possa esprimere nuovi leader cui stia a cuore la propria gente e un futuro di comune pace e prosperità.

Figura 9. Poco lontano dall’oceano mentre acquistiamo dai pescatori dei barracuda i bambini ci vengono incontro esprimendo tutta la vitalità del continente africano.

Come è cambiata la sua visione dopo l’esperienza in missione?

Vedere paesi diversi e incontrare genti diverse durante le attività di volontariato ti fa innanzi tutto capire come sia difficile giudicare il prossimo senza conoscerne le origini e le reali condizioni di vita. Inoltre ti fa capire che è solo un caso essere nati in un paese occidentale in mezzo a mille opportunità e non in un paese emergente fra mille difficoltà.

Figura 10. Durante la missione ogni occasione è buona per ingenerare nei nostri ospiti la voglia di emergere attraverso l’istruzione e la cultura. I giovani sono il futuro!

Quale, in conclusione, il bilancio di questa meritoria e, crediamo, gratificante esperienza?

Il bilancio è ovviamente più che positivo. Credo però che non ci sia niente di meritorio nel dedicare parte del proprio tempo al volontariato. Penso che anzi faccia parte della nostra vita e dei nostri doveri verso gli altri meno fortunati. Dovrebbe far parte del curriculum formativo di tutti noi.

Mi è gradita questa occasione per esprimere il mio ringraziamento a chi mi ha accolto dandomi l’opportunità di una crescita personale e professionale, a chi mi ha seguito nell’avventura e ai tanti pazienti che di me si sono fidati.

Figura 11. Paolo Lanzetta con una piccola paziente in attesa della visita.

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