01 ottobre 2019

#5 OCULISTI CHE MISSIONE - Dr. SBORDONE

Il Dr. Giovan Battista Sbordone, primario all’USL Umbria 1 Ospedali della provincia di Perugia ci racconta la sua esperienza in missione per la nostra rubrica Oculisti che Missione!

Come è nata la sua esperienza in Africa?

La mia esperienza è nata 6 anni fa quando ho conosciuto il Dr Panata che era (purtroppo il Dott.  Panata, insignito della medaglia al merito della Repubblica dal Presidente Mattarella lo scorso anno, ci ha lasciati nel marzo scorso) un medico di famiglia di Gubbio che era solito andare in Burkina Faso con i Lions per campagne di vaccinazione. In seguito il Dr. Panata ha fondato una ONLUS che, oltre alla costruzione di pozzi ed adozioni a distanza, ha iniziato una collaborazione con un ospedale nel centro del Burkina Faso e mi ha chiesto se ero intenzionato a collaborare come oculista con questa associazione.

 

 

Quando ha fatto la sua prima missione con il Dr. Panata?

Nel 2012. Da allora ogni anno faccio missioni che durano circa 15-18 gg a seconda degli impegni, perché per andare in missione devo interrompere completamente l’attività lavorativa e diventa una cosa molto impegnativa.

La collaborazione con il dr. Panata ha coinvolto tutta l’Unità Operativa che io dirigo. Siamo partiti praticamente dal nulla perché lì non c’era niente, non c’era neanche un ambulatorio di oculistica e l’oculista non c’era mai andato. Abbiamo creato una struttura all’interno di un ospedale gestito dai padri camilliani con due sale operatorie ambulatoriali che, teoricamente, sono a disposizione di chiunque voglia andare; però, purtroppo, è difficile trovare persone che investono il loro tempo per andare laggiù anche se ce n’è davvero tanto bisogno.

 

Come sono organizzati, come funziona il lavoro lì?

Essenzialmente il territorio è poco coperta da oculisti; consideri che l’unico oculista che c’è nella zona dovrebbe servire 1 milione e 400 mila abitanti. Quando siamo andati per la prima volta in quell’ospedale, l’oculista non c’era mai andato. L’ospedale serve un territorio di 140 mila persone e non dista tantissimo dalla capitale, circa 100 km, ma in realtà sono oltre 3 ore e mezza di auto perché le strade per raggiungerlo sono sterrate. È un ospedale dove c’è un servizio di chirurgia, di medicina, un servizio di pediatria gestito da servizio infermieristico e non da personale medico perché non ci sono neanche i pediatri.

In questo ospedale è attivo un progetto del Meyer dove mandano gli specializzandi per 4-6 mesi per portare un po' di know-how al personale locale.

Quando noi stiamo per arrivare l’oculista della città di Koudogou, con cui abbiamo creato una amichevole e proficua collaborazione, manda gli infermieri nei villaggi per fare screening sui pazienti che hanno bisogno di interventi e di visite. Noi arriviamo, andiamo nell’ospedale e operiamo.

 

Cosa operate prevalentemente?

Operiamo prevalentemente cataratte. La cataratta a causa della carenza di medici in Africa è la principale causa di cecità; sono cataratte decisamente differenti da quelle che si vedono in Italia, anche se negli ultimi anni siamo riusciti ad anticipare un pochino gli interventi in modo da poterle trattare con la facoemulsificazione. In alternativa si fa l’extra capsulare, comune nei paesi africani, con taglio sclerale, senza sutura, per motivi di costi. Inoltre vediamo glaucomi, un problema abbastanza serio, ma purtroppo, non potendoli seguire nel tempo, spesso gli interventi sono destinati al fallimento; ma almeno un tentativo, quando possibile, si fa.

 

Si trova a gestire situazioni in maniera molto differente rispetto all’Italia?

Assolutamente sì, è un lavoro totalmente differente da quello che si fa in Italia; la sera vado a dormire stanco come uno che ha lavorato la terra tutto il giorno, fisicamente stanco, ma completamente soddisfatto e con la coscienza a posto per aver fatto tutto quello che potevo fare. Da noi  vai a dormire con preoccupazioni di tutt’altro genere. In Africa trovi la vera essenza del nostro lavoro.

 

Qual è la difficoltà maggiore dal punto di vista personale e professionale?

Dal punto di vista personale, a parte la difficoltà nel primo anno di ambientarsi, di trovarsi in un posto difficile da raggiungere, un posto nuovo, delle realtà nuove, dove si vede una povertà e una situazione sanitaria che è inimmaginabile, altre difficoltà non ce ne sono state.

Viviamo all’interno di questo piccolo ospedale dei padri camilliani dove ci sono stanze dignitose con le zanzariere, con il ventilatore sul soffitto, una camera da due letti, letti da ospedale con lenzuola da ospedale. Da un punto di vista professionale credo sia un’esperienza per chirurghi esperti, perché ti trovi a dover affrontare situazioni complicatissime e a vedere casi che normalmente non vedi, come cataratte quasi impossibili da trattare. Ci hanno raccontato che queste persone prima di venire da noi si rivolgono a stregoni che gli fanno fare delle fumigazioni come terapia. I fumi prodotti da varie piante medicinali, che loro pensano servano a trattare la cataratta, in realtà complicano le cose, le cornee sono terribili. Insomma, dal punto di vista tecnico è abbastanza complesso.

Quali sono i rapporti con il personale locale?

Devo dire che gli africani hanno una diffidenza istintiva verso gli europei perché sono abituati a persone che vanno lì per imparare, per fare esperimenti,per sfruttarli!  Per questo all’inizio ti studiano molto e hanno i loro tempi; poi però quando ti accettano sono assolutamente ospitali e collaborativi. Noi stiamo cercando di formare del personale in loco, ma il problema è proprio la carenza di personale. Molti interventi di oculistica, ma anche di chirurgia generale come la chirurgia della tiroide e quella addominale, vengono eseguiti dagli infermieri a causa della assoluta carenza di medici. Questo è il problema più grande che hanno a parte i mezzi.

Ha avuto delle difficoltà con la lingua?

Le persone non parlano inglese, sono di madrelingua francese; il francese è l’unica lingua che conoscono per comunicare con le istituzioni, ma ci sono anche persone che non lo parlano per niente, ma parlano solo dialetti locali; in questi casi alcuni padri camilliani che parlano italiano ci fanno da interpreti. Inoltre uno degli infermieri parla benissimo lo spagnolo, poiché è stato diversi anni a Cuba, e negli ultimi 4 anni grazie a mio fratello, anche lui oculista a Napoli, che è venuto con me e che parla benissimo lo spagnolo siamo riusciti sempre a comunicare e a cavarcela.

Quindi condivide questa esperienza con suo fratello?

Assolutamente sì e oltre a lui vengono con me i suoi ed i miei collaboratori più giovani. Questa esperienza per loro ha un grandissimo valore professionale, perché il fatto di vedere operare delle situazioni complicate che non vedrai mai in Italia, è una crescita professionale enorme. Di solito preferisco portarmi gli oculisti che praticano bene la chirurgia della cataratta perché sono loro quelli che hanno più da imparare. Persone già abbastanza esperte ma che fanno esperienza ad un livello superiore, proprio per la difficoltà degli interventi che ci si trova a dover affrontare.

È felice di condividere questa esperienza con suo fratello?

Si, questo è uno dei valori maggiori di questa esperienza, noi non abbiamo mai lavorato insieme perché io dopo la laurea sono andato via da Napoli e siamo sempre stati lontani. In Africa per la prima volta abbiamo avuto la possibilità di lavorare insieme e questa è una cosa molto bella per me e per lui.

I pazienti che riprendono a vedere come reagiscono?

Sono persone molto dignitose, ma capisci la loro riconoscenza. Probabilmente non riescono a trasmetterlo a parole, ma riescono a trasmetterlo con gli sguardi; sono poverissimi e non hanno tante cose da darti in cambio, ma ovviamente non si fa per quello.

Dal punto di vista economico queste missioni sono costose?

Si sono costose, ma la cosa più costosa è tenere chiuso lo studio per 15 gg (ride n.d.r.). Siamo un bel gruppo perché vengono alcuni infermieri ed alcuni ottici che ci supportano a ci allegeriscono il lavoro. Facciamo gli screening nelle scuole con i ragazzi delle scuole elementari e delle medie, diciamo che cerchiamo di fare il più possibile. Quando troviamo un caso disperato, troviamo il modo di portarlo in Italia per curarlo; cerchiamo sempre finanziamenti e devo dire che il Dott. Panata era bravissimo, si occupava dell’aspetto organizzativo, di mandare farmaci, di mandare gli strumenti. Adesso il suo posto è stato preso dalla moglie, la Dottoressa Scavizzi, anche lei Medico in pensione. Noi alla fine andiamo lì e facciamo  gli interventi, ma dietro c'è un gran lavoro; Una volta che sei lì se manca qualcosa è un grosso problema.Bisogna che l'organizzazione sia impeccabile. Purtroppo in alcuni casi non possiamo fare moltissimo, ma cerchiamo di fare il massimo con l’attrezzatura che abbiamo a disposizione.

Quante operazioni riesce a fare?

Dipende; devi lavorare con i loro ritmi di organizzazione, di sterilizzazione; ovviamente non è come in Italia, lì riusciamo a fare 100-150 interventi a settimana; ovviamente con un’organizzazione diversa, si riuscirebbero a fare molte più cose. Tra le cose che mi auguro è che si possa creare un flusso abbastanza continuo di oculisti e mi piacerebbe invitare i miei colleghi. Mi rendo conto che c’è molto da fare nelle diverse parti dell’Africa e che a volte è difficile, l’Africa è così grande e così indietro dal punto di vista sanitario che c’è bisogno di tutto e di tutti.

Ha un aneddoto da raccontarmi che le è rimasto particolarmente impresso?

In Africa ho conosciuto una delle persone più incredibili che abbia mai conosciuto in vita mia, un padre camilliano, tra l’altro napoletano come me, che vive da molti anni in Burkina Faso e che cura i lebbrosi nella capitale. Quando l’ho conosciuto, perché è venuto nell’ospedale dove eravamo noi, abbiamo fatto amicizia, ci siamo messi a chiacchierare e mi ha invitato a visitare il lebbrosario nella capitale. Già il Burkina Faso è uno dei paesi più poveri del mondo se poi immagini una persona colpita dalla lebbra in un posto del genere hai veramente visto gli ultimi del mondo. Quel giorno ho avuto una grande lezione di vita: in questo lebbrosario c’erano delle casupole di fango, veramente 4 mattoni messi in cerchio, con delle stanze fatte di fango e pietra senza pavimento.

Siamo entrati e all’interno di una stanza c’era una persona senza una gamba, il prete gli ha dato degli schiaffi dietro alla testa e questa persona ogni volta che riceveva uno schiaffo gridava “grazie, grazie”, poi si è alzato con la sua stampella e il padre camilliano l’ha abbracciato con un amore che non ho mai visto nemmeno tra una madre e una figlia. Il prete ci ha spiegato che in realtà lo aveva trovato malato di lebbra, abbandonato e scacciato dal suo villaggio, senza nessuno e che si voleva suicidare. Lui l’ha accolto nel lebbrosario, l’ha curato (gli hanno dovuto amputare una gamba)  e gli ha dato una “famiglia” (le virgolette sono volute). Il fatto che lui gli dava gli schiaffi e lui ringraziava aveva questo significato tra di loro: lo schiaffo significava: ” hai visto , tu che ti volevi suicidare” e l'altro rispondeva: “grazie, grazie che non me lo hai lasciato fare”. Vedere una persona che non aveva niente essere contento di quel pochissimo che aveva, semplicemente contento di avere una vita, è stata un’esperienza veramente toccante. Ti fa capire le priorità nella vita e ti permette di dare un senso a molte cose.

Quando torna in Italia cosa si porta dietro?

Ti porti dietro il senso vero del nostro lavoro, l’avere il dono di poter fare qualcosa per un’altra persona in maniera assolutamente disinteressata. Poi questa esperienza ti fa capire quali sono le cose veramente importanti e quali no. Queste sono le cose che mi porto a casa ogni volta che torno.

Quando pensa di fare la prossima missione?

La prossima missione sarà a fine gennaio, perché dal punto di vista climatico è migliore, non è caldissimo ed è secco. Quindi ci sono meno problemi anche per loro, come il raccolto e altro, perché gli anziani hanno bisogno di qualcuno che li accompagna per fare questi interventi.

Quindi quello che fate ha impatto anche livello anche sociale?

Assolutamente si, infatti una cosa che mi piace molto è che curando le persone anziane spesso in realtà liberiamo molti bambini dall’incombenza di accudire gli anziani ciechi. Quindi operando un anziano di cataratta, dai la possibilità ad un bambino di andare a scuola e di non dover restare a badare al parente anziano che è cieco ed ha bisogno di qualcuno che lo aiuti.

 

Se avesse la possibilità di esprimere un desiderio per poterli aiutare ancora di più, cosa chiederebbe?

Noi come associazione cerchiamo tutti gli anni di dargli una delle cose più importanti per la loro sopravvivenza, i pozzi d’acqua e di portare soldi per poter scavare un pozzo; poiché l’acqua è molto profonda, i pozzi sono molto costosi circa 8-9 mila euro, costi per loro insostenibili. Quindi il mio sogno sarebbe quello di poter dare l’acqua a tutti. Altra cosa che mi colpisce profondamente è la mortalità infantile che c’è per via della malaria. Il mio desiderio è che si possa finalmente trovare un vaccino, qualcosa, che possa aiutare le persone. Manderei  i  no-vax lì, tra le mamme africane e vorrei proprio sapere cosa penserebbero se si trovasse un vaccino per la malaria….

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